Io, Giovanna d’Arco contro ipocrisia e misteri

Da Seul a Milano, misteri e ipocrisie con Sara Kim Fattorini

«La mia vita è come se fosse iniziata a cinque mesi, ciò che è stato prima è avvolto nel mistero». Chissà che inconsciamente, proprio per questo, Sara Kim Fattorini abbia deciso di scrivere un giallo. Esordiente classe ’72, nasce in Corea del Sud ma atterra piccolissima in una famiglia della borghesia milanese, di quelle con la casa al lago: «Il mio primo ricordo è lì, in quel giardino», rivela tradendo subito la cadenza lombarda. «Quando a quattro anni stava per nascere mia sorella, io e i miei cugini ci divertivamo a disegnare come sarebbe potuta essere la bambina. Mia zia poi prendeva i fogli e li appendeva al cancello».

C’è un prima e c’è un dopo nella vita di Sara, nel mezzo le separazioni, spietate e nette, un po’ come nel suo romanzo La chimica dell’acqua. «In tanti, tra amici e familiari, mi chiedono se rappresentano un personaggio del libro, ma la risposta è sempre no. Certo, come ogni scrittore traggo da quello che vedo, ma alla fine ne esce sempre un mosaico». Insomma, non ha mai vestito i panni del detective Guglielmo Corna per andare a indagare sulla sua «vita precedente». «Se devo essere sincera non ne ho mai sentito il bisogno. Sono una pragmatica, mi sono messa l’anima in pace pensando che sarò stata in un orfanotrofio».

I miei personaggi? Non sono autobiografici,
ma più un complesso mosaico
di quello che vedo.

Milanese doc, quindi: «Assolutamente. Sono tornata solo una volta a Seul ma non per cercare i miei genitori naturali. All’epoca arrivai in Italia con un’associazione internazionale, non c’era la comunicazione che c’è adesso. Poi in Corea ci sono anche problemi pratici come la lingua: non è facile girare in un posto dove non riesci neppure a leggere i cartelli». Legittimo, però il tema della separazione resta: «Sì, ma quella che emotivamente mi ha segnato di più non ha niente a che vedere con l’adozione. È il divorzio dei mei genitori, una separazione mal fatta. Forse è per questo che racconto di coppie infelici».

Dal mosaico autobiografico, qualche tassello finalmente esce. «L’ipocrisia borghese che governa il romanzo l’ho vissuta sulla mia pelle, da sempre. Solo dopo l’università però mi è apparsa davanti agli occhi, chiarissima: la facciata perfetta dietro alla quale si nascondevano invidie, pensieri grigi e puri pettegolezzi». Sara si lascia andare, senza nascondere la mano. «Anche a me diverte il pettegolezzo, lo ammetto, ma non velenoso. Non sono né invidiosa né permalosa, ma un po’ di invidia nei mei confronti l’ho avvertita nel corso dell’adolescenza. Forse perché nel complesso ho potuto fare una vita abbastanza felice».

Del prima non so nulla,
sono figlia della borghesia milanese.
Che oggi provo a smascherare.

L’atteggiamento comprensivo è tipico di chi, dalle sabbie mobili, è riuscito faticosamente a tirare fuori la testa: «Alcuni schemi formali dell’educazione borghese mi sono rimasti dentro, ma la maggior parte li ho smascherati con un duro lavoro. In questo senso sono un po’ una Giovanna d’Arco, o più semplicemente il Grillo Parlante, come mi chiamano i miei amici: non mi sento una rivoluzionaria perché non ho la presunzione di cambiare le persone che frequento, ma ciò che adesso vedo e che spesso faccio fatica a digerire, sono felice di averlo potuto raccontare in un libro». Il potere taumaturgico della scrittura, appunto.

Che è arrivata all’improvviso nel 2013, insieme ai primi caldi: «Ero rimasta senza lavoro perché l’azienda dove lavoravo aveva chiuso. Mi sono detta, iniziamo a scrivere: la passione c’era, venivo da Lettere classiche». Dalla cronaca nera al giallo, il passo è breve: «Ne leggevo tanta, episodi come il caso di Avetrana o l’omicidio di Yara entravano ogni sera nelle case delle persone. Così ho pensato a come potesse essere il mio detective, poi sono passata all’arma del delitto». Perché, naturalmente, non può mancare il morto: «Una persona dalla quale non ci si sarebbe potuti sbarazzare altrimenti, è una morte liberatoria».

«Qui, lo preciso, non c’è niente di autobiografico». Ci mancherebbe.