I racconti di Natale SEM – Christmas Comedi

di ottavio cappellani

Leonard, lo sceneggiatore trattino regista della casa di produzione cinematografica attraverso la quale gli Sciortino riciclano il denaro proveniente da “attività illegali ma assolutamente legittime”, come diceva Don Lou, sta guardando Pippino, il guardiaspalle di Lou jr. e di Leonard stesso, disossare il tacchino.

Pippino sostiene che non sai disossare un tacchino se non riesci a tirargli via lo scheletro dal buco del culo senza fare altri tagli: “altrimenti quel fottuto tacchino sembra Frankstein, non una cena di Natale”. Così se ne stava lì, con la mano e l’intero avambraccio infilato in quel tacchino dal quale provenivano rumori di ossa minuziosamente frantumate con una cieca perfezione.

– Io non lo capisco perché sei diventato un semplice killer, Pippino. Senza offesa, ma mi sembri sprecato. Questa precisione chirurgica farebbe di te un meraviglioso serial killer.

Pippino si ferma. Guarda Leonard. Gli dice: – Era quello che volevo fare. Ma non c’erano posizione aperte per fare il serial killer in famiglia. Adesso se te ne vai mi fai un favore, devo lavorare sulla colonna vertebrale ed è una cosa che mi piace fare in religioso silenzio.

Religioso?

– È quello che ho detto.

Leonard fugge via dalla cucina. Entrando nella sala da pranzo viene investito dall’illuminazione da stadio: luci, lucine centrotavola, candele, presepe, albero di natale, insegne di Broadway, gatti cinesi che salutavano con le manine sparando raggi laser dal culo, una palla di specchi rotante dentro il camino acceso… La famiglia Sciortino aveva un problema con il concetto di decorazione.

Don Lou sedeva sulla sua vecchia poltrona che oramai aveva preso la sua forma. Muto, silente, con le mani giunte in attesa.

Suo nipote Lou jr. passeggiava nervoso facendo lo slalom fra i regali di Natale con una bottiglia di gin in mano.

Era il primo Natale che Leonard passava con loro. Il Natale degli Sciortino aveva sempre un qualcosa di misterioso, come se Gesù Cristo in persona dovesse presentarsi al loro desco, magari accompagnato da Maria Maddalena e da una vagonata di bambini vocianti. Trascorrevano sempre il Natale loro tre: Don Lou, Lou jr. e Pippino.

Il motivo per il quale Leonard se la faceva alla larga era per quella sensazione di lutto vagheggiante nell’aria contro il quale, secondo Leonard, tutte le lucine di questo mondo non potevano fare niente: dei genitori di Lou non se ne sapeva nulla. Lou non rispondeva ad alcuna domanda su di loro. Probabilmente erano rimaste vittime di una qualche orribile vendetta trasversale, pensava Leonard, del tipo di quelle ferocissime per cui ti smembrano i genitori e te li fanno trovare in qualche posto. Leonard ci pensa: in effetti è la stessa cosa che fa la vita con i genitori, prima te li smembra e poi te li fa trovare al cimitero. La vita è una vendetta trasversale? Doveva assolutamente farci un film, Don Dio, o, in americano FatherGod.

Quindi suona il campanello. Don Lou e Lou jr. si attisano.

Pippino viene fuori dalla cucina. Sembra un qualche supereroe che al posto della mano ha un maglio invincibile a forma di tacchino. Gli occhi dei tre luccicano, luccicano a tal punto che Leonard pensa, inaspettatamente, che siano molto drogati.

La porta si apre, da sola, un qualche dispositivo wireless o una qualche allucinazione. Sull’uscio appaiono la mamma e il papà di Lou jr.

A Don Lou ci scendono i lucciconi.

Lou jr. si agita. Si vede che è in imbarazzo ad abbracciare i fantasmi.

Un cane è con loro. Ha il compito di rendere “normale” la situazione. Slinguazza la famigghia come se non ci fosse nulla di strano.

Leonard non capisce. Non capisce se ci siano delle droghe potenti, nell’aere, sparse dalle candele, qualcosa tipo sciamanico che va al fondo del significato esoterico del Natale attraverso allucinogeni naturali, funghetti soprattutto, oppure se quell’apparizione natalizia è vera e segreta.

Sono la mamma e il papà di Lou. Entrano timidi ed educati sulla soglia delle allucinazioni e delle speranze.

E lì, Leonard, capisce una cosa. Capisce che forse i genitori di Lou sono semplicemente latitanti. Nascosti dalla crudeltà del mondo e del Don Dio. Essi esistono, ma come visione.

Leonard pensa che non ci sia differenza tra la latitanza e la morte. Tra la latitanza e il futuro come lo spiega chi ha una fede nell’aldilà. Qui e ora, hic et nunc. Oppure no: vivi e nascosti.

Leonard pensa a un film: Latitanza e Morte Apparente, un film metafisico sulla fuga dalla violenza della vita e sull’apparizione dei fantasmi. “Fantasmi latitanti”, forse. O “La metafisica del disapparire”. Non sa, ci deve pensare. Sa solo che adesso sta mangiando il tacchino disossato da Pippino mentre al tavolo sono sedute due persone che dovrebbero essere morte.

Le luci kitsch, iniziano ad avere un senso esoterico.

Buon Natale.