I racconti di Natale SEM – Ritratto di Natale con errore

di Paolo Valentino

«Mamma, me la spieghi una cosa?»

È vecchia mia madre, più la guardo e più mi dico: è vecchia. È sempre lei, la stessa che nelle vecchie foto mi portava alla bocca cucchiai pieni di pappettina arancione (cos’era poi?), e che qualche volta – quand’era particolarmente arrabbiata – mi rincorreva attorno al tavolo tondo della sala con un mestolo di legno in mano urlando: “Mo’ le prendi!”.

Si gira verso di me. È in piedi, davanti ai fornelli. Sta mescolando i ceci. Sorride. «Sentiamo» mi dice.

Do uno sguardo fuori dalla finestra. La strada non è cambiata molto in trent’anni. Anzi, non è cambiata affatto. Sta passando la figlia della signora Merenda del pianoterra, ha un figlio di dodici anni, adesso, e anche un cane. Sembra infreddolita, d’altronde è il 23 dicembre. Fa talmente freddo che appena sono arrivato qui dai miei sono dovuto correre in bagno a fare pipì.

«Ti ricordi quel Natale in cui ho ricevuto il fustino di Lego?» dico.

Lei fa una smorfia, guarda in alto. Non si ricorda, ultimamente si dimentica un sacco di cose.

Io sì, e come dimenticare? Era la sera del 24. La Vigilia era la giornata che più adoravo nelle lunghe vacanze natalizie. Intanto perché di lì a poco avrei ricevuto i regali, e poi perché mancava ancora molto, moltissimo prima del ritorno a scuola, il maledetto 7 gennaio.

Ricordo che era sera. Non so se fosse davvero così tardi, era comunque buio, e avevamo finito di cenare. Si cenava presto da me, anche alla Vigilia. Io stavo forse mangiando qualche arachide, all’epoca le adoravo, più delle noci, più dei pistacchi e più delle mandorle, oggi le mie preferite anche se difficilissime da aprire.

«Ehi, Babbo Natale!» aveva detto a un certo punto papà, in piedi di fronte alla finestra.

Mi ero voltato. Avevo sei anni, e già sapevo benissimo che Babbo Natale non esisteva. Però avevo avuto lo stesso un tuffo al cuore, una specie di risata dentro. Nicholas, in terra a giocare con qualcuno dei suoi pupazzi, si era agitato, avvertendo qualcosa. Filippo era in sala a guardare la televisione, come in un altro mondo.

Mamma era corsa alla finestra. «Babbo Natale!» aveva ripetuto. «Sul carro!»

Mi ero alzato. Che stavano dicendo? Papà mi aveva sollevato fino al davanzale, avevo guardato. E sì, fuori c’era una specie di carro, con tante luci. Alla guida, un uomo vestito da Babbo Natale. Non quel Babbo Natale, però, perché Babbo Natale non esisteva.

«È arrivato in anticipo!» aveva poi esclamato mamma. «Scendo a prendere i regali che ha portato.»

Eh? Non erano lei e papà a comprare i regali? Ne ero certo, certissimo.

Papà mi aveva messo giù. “Voglio vedere” avrei voluto dire, ma non l’avevo detto.

Qualche minuto dopo mamma era rientrata dalla porta d’ingresso, con una busta piena di pacchettini, al che anche Fil si era precipitato in cucina, per scartare il suo.

Una felpa. «Solo questo? Che cazzo!», e se n’era tornato in sala a guardare la tv.

Io, invece, ero felicissimo. Un fustino blu, pieno, pieno, pieno di mattoncini colorati. C’era anche una base verde. «Quello è il prato,» mi aveva spiegato papà «sopra ci puoi costruire una casa.»

Con quei Lego ci avevo giocato per anni. Nicholas ne aveva mangiucchiato qualcuno, certo, ma penso siano ancora giù, nella cantina della nostra casa di famiglia.

«Ah!» esclama all’improvviso mia madre. «Il fustino dei Lego!» Ride appena. «Cosa vuoi sapere?»

«Com’è che li ha portati un tizio vestito da Babbo Natale? Lo avevate ingaggiato?»

Lei ride, questa volta più forte. «Ma se avevamo appena i soldi per farvi i regali!»

Eh, appunto. Era quello che avevo sempre pensato. «E allora?»

«Sei davvero sicuro di volerlo sapere?»

Non faccio in tempo a rispondere che lei prosegue: «Avevo nascosto i regali in cantina, quando ho visto quel carro là fuori sono semplicemente scesa a prenderli, mi sembrava una cosa divertente». Riprende a mescolare i ceci, e vedo che sorride, ma fra sé e sé.

Io dico soltanto: «Capito».

Sono un po’ deluso. Non so se da me stesso, che non ci avevo pensato, o dalla soluzione del mistero. Tutto qui?

Mamma mi guarda di nuovo, mi fa l’occhiolino. «Era meglio che rimanesse un segreto, vero?»