Racconto la quarta mafia. Il primo passo per sconfiggerla

L’ex questore Piernicola Silvis, nel suo «Formicae», traccia il profilo di una criminalità «poco glamour», che fugge dalle caratterizzazioni: «A Foggia non ci sono boss con la coppola. Ma quando sparano, ammazzano»

Di Nicola Bambini

«Perché i media parlano raramente della mafia del Gargano? E’ una criminalità poco glamour, ma è la quarta organizzazione più pericolosa d’Italia». Piernicola Silvis, durante la sua carriera in Polizia, di delinquenti ne ha ammanettati parecchi. Oggi, che è uno scrittore a tempo pieno, continua a dare il suo contributo – seppur indiretto – alla repressione della malavita: «A Foggia non ci sono boss con la coppola, neppure affiliazioni con rituali al limite dell’esoterico. I criminali non vogliono caratterizzarsi, in modo da eliminare uno degli elementi che costituiscono la fattispecie del 416 bis del codice penale». In altre parole, non si fanno riconoscere.

E’ così che nel suo quarto romanzo, «Formicae», l’ex Questore di Oristano e Foggia ha scelto di puntare i riflettori proprio sulla mafia più silenziosa del nostro paese, tracciandone quei contorni misteriosi che, nell’immaginario comune, sono a tutt’oggi sconosciuti. «Non parlo della Sacra Corona Unita, io mi riferisco alle bande armate che mettono bombe davanti ai negozi e controllano il territorio, tipo Chicago negli anni Trenta. Sparano ma raramente ammazzano persone innocenti. Quando succede, come la scorsa estate nelle campagne di Manfredonia, allora i media si svegliano e ne parlano. Ma per noi della Polizia non rappresenta certo una sorpresa».

«Pensare che all’inizio avevo deciso di ambientare il romanzo a Casal di Principe, nella provincia di Caserta», rivela Silvis. «Poi ho cambiato idea, consapevole anche della pericolosità della mafia del Gargano. Rispetto alle altre organizzazioni criminali è nata più tardi, alla fine degli anni Settanta, ma non per questo fa meno paura. Anche della ‘ndrangheta si pensava fosse solo una struttura di pastori sulle montagne, oggi controlla tutta la cocaina che gira in Europa e i suoi affiliati sono gli unici ai quali i trafficanti messicani riservano l’appellativo di “Don”». Un aneddoto che rende bene l’idea del rispetto e della potenza raggiunti da alcuni clan.

Certo, non tutto è chiaro dall’inizio. Neppure nella vita di Silvis, che tra il ’73 e il ’78 ha studiato giurisprudenza pensando che il suo futuro fosse nello studio del padre. «Le stragi delle Brigate Rosse di quegli anni mi suscitarono un senso della giustizia che non pensavo neppure di avere. Così decisi di passare dall’altra parte della barricata: vinsi il concorso e iniziai la carriera nella Polizia». Che gli ha portato tante soddisfazioni, come l’arresto nel 1992 a Vicenza del numero due di Cosa Nostra, il boss Giuseppe Madonia. «In momenti come quello, dove si rischia la vita tutti insieme, ci si affratella con i colleghi. E’ lo spirito di corpo».

«Il lavoro è importante ma non è una missione», ci tiene a ricordare l’ex poliziotto. «La sera è fondamentale staccare. E nel Servizio Centrale Operativo, il mitico SCO, ricordo tanti romani che a cena raccontavano battute e rasserenavano l’atmosfera». Compito non facile, se fino a poche ore prima stavi dando la caccia ai criminali più pericolosi d’Italia e il giorno seguente tornerai a fare a altrettanto. Proprio come il dirigente Bruni, protagonista del suo «Formicae»: «Cosa ho messo di mio nel personaggio? La tensione quando squillano i cellulari, la cortesia nei rapporti umani e tante altre situazioni che ho vissuto sulla mia pelle. Anche se la storia è totalmente inventata».

Il giocare sul confine delle regole è un’altra caratteristica di Bruni: «Quando sei alle prese con casi atroci e hai bisogno di prove inconfutabili per mettere dentro un criminale, alcuni ostacoli possono essere aggirati con la furbizia». Tutto è spiegato con minuziosa precisione, ogni particolare ha una descrizione tecnica capace di coinvolgere anche chi, con certe tematiche, ha ben poca dimestichezza. «Ho iniziato a pubblicare a 52 anni», conclude Silvis, «ma già quando ero giovane amavo scrivere. Sono molto visivo nei racconti, mi metto davanti al computer e le storie nascono naturalmente, senza forzature. Le vedo scorrere nitide nella mia mente».
Come una luce che si accede e mostra la criminalità. Anche quella più nascosta.