Ridere della mafia? Si può, grazie alla commedia

A 11 anni da Sicilian Tragedi, Ottavio Cappellani torna con Sicilian Comedi: «In Italia ha vinto la tragedia, si è impegnati solo se si ha la faccia seriosa. Ma ci siamo dimenticati Dante». Perché la battuta allarga il pensiero.

Di Nicola Bambini

«In Italia, di fronte a un avvenimento tragico, si commette l’orripilante errore di chiamarlo drammatico, come se le due parole fossero sinonimi, ma non è così». La premessa di Ottavio Cappellani, scrittore siciliano classe ’69, ricorda quei giocattoli per bambini con la base piombata, impossibile da buttare giù. Anche quando la domanda è di quelle scomode, che più scomode non si può: è possibile parlare di mafia lasciandoci andare a qualche sorriso? «Solo nel nostro Paese può esistere un simile problema: la drammaturgia, il racconto della realtà, comprende sia la tragedia che la commedia. Qui si è impegnati solo se si ha la faccia seriosa».

Il ribaltamento totale di questo asfittico e triste schema si chiama «Sicilian Comedi», il suo ultimo romanzo, undici anni dopo il successo di «Sicilian Tragedi»: «Ma già all’epoca prendevo in giro la tragedia. Un po’ come gli illuminati della Magna Grecia, saggi e sacerdoti, ai quali era destinata la terza forma di teatro, la ilaro-tragedia». In Italia, effettivamente, qualcosa di insolito: «Credo che anche le narrazioni vincano o perdano e qui, a causa di un retaggio fascista, ha vinto la tragedia. E pensare che in passato era l’opposto: Dante scrisse la Divina Commedia, con personaggi come il Conte Ugolino che aveva mangiato i propri figli».

Touché, verrebbe da dire se fosse un assalto di scherma. Invece «Sicilian Comedi» è un giungla barocca di attori dialettali, confusi metrosexual e killer di ogni genere, dove il protagonista Lou Sciortino si destreggia con navigata disinvoltura: «E’ il quarto libro con lui, mi hanno sempre affascinato gli italo americani e la loro strana lingua, “l’italglish”. Perché quando due linguaggi si incontrano cambia anche il modo di pensare». Ma Lou dov’è nato?: «A Porto Empedocle, dove d’estate incontravo parenti di mia mamma che erano emigrati negli Usa e poi erano tornati. Studiavo il loro modo di fare: si sentivano americani qui e italiani in America».

Eppure quella sua Sicilia non è poi così diversa dagli Stati Uniti. «Quando loro avevano i cowboy noi avevamo i campieri, sempre a cavallo, che giravano per i latifondi», spiega Cappellani. «Loro con il “cappellone” e noi con la coppola. Loro col winchester, noi con la lupara. Loro con i carri e noi col carretto, che poi da noi è diventata l’Ape Piaggio e da loro i pick-up. In Sicilia è tutto più piccolo, è un’America in miniatura». Un parallelismo che vale anche per i luoghi di aggregazione: «Io vado spesso al bar della stazione di servizio, sulla Catania-Palermo, la gente si ritrova lì. Gasolio e socializzazione, proprio come negli States».

Un po’ alla Fargo. Invece è Sicilia, un luogo magico dove però Lou non si sente mai davvero a casa: «E’ la condizione tipica degli italo-americani, questo dà al personaggio una distanza, uno scarto, alla Buster Keaton». Nonostante ciò, Catania nei romanzi di Cappellani è una sorta di “sfondo parlante”: «La mia convinzione pratica è che ci sia una comunanza tra il luogo in cui si vive e il modo in cui si agisce. La convinzione spirituale, invece, è che esista un “genius loci” che accomuna le persone di un territorio, il loro pensiero». Nonostante la globalizzazione: «Oggi tanti romanzi sono scritti con la lingua del TG1, ma la diversità è ricchezza».

E la figura femminile? «Sicilian Comedi è una storia di donne», afferma senza esitare. «Non dimentichiamoci che in questa regione c’è sempre stata una società matriarcale, il potere in mano alle donne. Che, come ogni vero potere, si nasconde». Gli uomini, quindi, sono relegati al ruolo di burattini: «Qui li chiamiamo pupi, sono tenuti su dai fili. Le donne invece le considero le “pupare”, quelle che li muovono». Che tanti episodi Cappellani li abbia vissuti in prima persona è pressoché ovvio, ma lui non si sbottona: «Il romanzo è l’arte di dissimulare, di nascondersi dietro i personaggi. Sono uomo, sono donna, sono etero, sono gay: l’autore è tutto».

Con un occhio su Shakespeare, «perché Romeo e Giulietta è una storia di mafia piena di divertentissimi doppi sensi», e uno su I Soprano, «visto che in Italia non esistono più le commedie nere e di certi fatti parla solo Saviano con un’espressione che sembra abbia appena preso una storta», Cappellani ha le idee ben chiare: «la tragedia ottunde il pensiero, la commedia gli dà respiro». Come in un litigio, serve solo la battuta giusta.