Quando i soldatini iniziarono a sparare

Ferruccio Parazzoli rivive la sua guerra con lo «sguardo limpido del bambino», tra un papà travestito da prete e una generazione «non educata alla paura»

– di Nicola Bambini –

«Per i grandi è facile morire, le disgrazie se le tirano addosso. I bambini invece no, fino a una certa età sono immuni». Mentre nel cielo di Roma gli sbuffi delle forze aeree alleate sembrano fiori che sbocciano, Francesco riflette sottovoce. Ha appena 6 anni e il bombardamento di San Lorenzo non sembra spaventarlo un granché. D’altronde non ha mai sentito da nessuno che in guerra fosse morto un bambino, neppure dal portiere di casa sua che conosce il numero esatto delle vittime. E’ il 1943 e Ferruccio Parazzoli, classe ’35, quelle immagini drammatiche le ha vissute davvero. «Ricordo perfettamente il mio sguardo limpido».

Da bambino, appunto. Che giocando osserva la realtà, perché a quell’età, si sa, «la realtà è seria com’è serio il gioco». Nel suo Amici per paura, finalista al Premio Strega 2017, la guerra arriva all’improvviso, brutale e devastante: «Nella mia infanzia è stata la scossa più grossa. Il fascismo c’era già, io andavo in prima elementare da figlio della lupa, ma è stato il conflitto a cambiare volto alla città: le finestre gommate, il coprifuoco, gli allarmi che suonavano e noi chiusi nei rifugi. Era come se d’un tratto i soldatini avessero preso vita».

Gioco o realtà? Le certezze si sgretolano come i muri delle case.

Compresa la storia degli Angeli Custodi che difendono i bambini: Francesco, bomba dopo bomba, non è più così sicuro della loro esistenza. Cresce, si trasferisce a Macerata, proprio come Parazzoli: «Tutti i fatti che racconto li ho vissuti in prima persona», afferma scoprendo il lato autobiografico del libro. «Di quei mesi ricordo le case sventrate: si scorgevano letti, cucine, salami appesi, era come se la morte bloccasse tutto, fermasse la vita appunto». In simili condizioni, in cosa può ancora credere un bambino? Neanche il papà gli sembra più suo papà quando lo rivede in chiesa dopo tanto tempo, con l’abito da prete.

«Mio padre si travestì così per nascondersi nelle catacombe e quando attraversò gli Appennini trovò una persona morente che, sentendo la stoffa del suo vestito, gli chiese l’assoluzione: lui gliela diede, avrà immaginato che tanto poi su ci avrebbe pensato Dio». Non poteva fare altrimenti, insomma. «Finita la Guerra, a Roma non ci voleva più stare e chiese il trasferimento prima a Macerata e poi a Milano», continua il racconto Parazzoli, che vive all’ombra della Madonnina da quando aveva 15 anni.

Per me è stato un impatto fortissimo. Venivo dalle medie ai Salesiani, nei primi due anni al Liceo Parini mi sentivo stupido

Ma dopo essersi ambientato è stato uno spasso. «Anche se ho capito subito che dovevo lavorare, all’epoca non si davano soldi ai figli, non c’erano gli aperitivi e le cene fuori». Dal vestito rivoltato dalla divisa del padre alla prima tesi italiana sulla narrativa tra le due guerre: «Poi, con un colpo di fortuna è iniziata la mia avventura nel mondo dell’editoria». I più grandi scrittori italiani della metà del Novecento li ha conosciuti più o meno tutti. «Da Bacchelli, che mi invitava nella sua casa in Brera e urlava “sono tutti asini”, a Vittorini che all’epoca lesse il mio primo romanzo. Mi è mancato solo Pavese».

Oggi Parazzoli è nonno di 8 nipoti, tra i 6 e i 21 anni, e scrivendo un libro di memorie non può non pensare un po’ anche a loro, immersi nell’universo delle chat e dei social network: «La sensazione è che oggi la vita di un ragazzo sia troppo piena, frenetica. Le immagini sono mediate, non si tocca quasi nulla con mano: le idee sono preconfezionate, si guardano i conflitti mentre si mangia la minestra». Fino a quando, col terrorismo, la  guerra 2.0 entra con violenza nella vita di tutti, bambini compresi: «E’ drammatico, ma spesso assistiamo a scene di isterismo figlie di una generazione che non è stata educata alla paura».

Perché l’amicizia, in certe situazioni, resta ancora oggi l’unica via di scampo.