Libri in SEM

Dario Voltolini presenta il suo libro “Pacific Palisades”

Si respira novità questa settimana, SEM ospita la presentazione del nuovo libro di Dario Voltolini “Pacific Palisades” edito da Giulio Einaudi Editore. A presentarlo Daria Bignardi, Antonio Moresco e Marco Peano.

Lo descrivono malinconico, un’anima densa. Voltolini sembra solo concentrato sulle parole. Tutte quante.

La presentazione comincia, Antonio Moresco è il primo a far sfilare parole. Descrive “Pacific palisades” come un libro impalpabile, un libro che se lo si stringe troppo tra le mani, come una farfalla, non vola più. Un piccolo libro incantevole.

Daria Bignardi prosegue la lettura, racconta lo scrittore e racconta i suoi libri, come giornalista e come amica.

E poi Marco Peano, editor Einaudi, che ha voluto fortemente questo libro. Una serata in SEM diversa dalle altre, caratterizzata da un’atmosfera più delicata, forse un po’ come abbiamo percepito Dario Voltolini, che siamo così felici di aver avuto qui.

In diretta la presentazione di “Pacific Palisades” di Dario Voltolini edito da Giulio Einaudi Editore, con Antonio Moresco, Marco Peano, Michele Mari, Letizia Muratori, Daria Bignardi e Raul Montanari.

Geplaatst door SEM Società Editrice Milanese op woensdag 24 januari 2018

Ultimo giorno per vincere la SEM Loot Box!

Scattati un selfie con un poster di un quadro che hai in casa e postalo su Twitter o Instagram

#RagazzeConUnaCertaCultura, il contest SEM che vi permette di vincere la SEM Loot Box, sta per terminare. Ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato fino ad ora e invitiamo gli altri a giocare con noi ancora per un giorno. La sfida è ancora aperta e potresti essere proprio tu il vincitore di tutti i libri pubblicati dalla casa editrice e di tutti i gadget esclusivi! Cosa aspetti allora?

(1) Hai in casa un poster di un quadro famoso? Scattati un selfie davanti a lui

(2) Carica la foto su Twitter o Instagram

(3) Usa l’hashtag #RagazzeConUnaCertaCultura

La foto che entro la mezzanotte di questa sera avrà totalizzato più like farà vincere a chi l’ha pubblicata il premio firmato SEM!

Ad ognuno la sua goccia

Laura Calosso e la ricetta per il cambiamento: «Un passo a lato della routine, la “follia” alla portata di tutti»

«Chi pensa che l’unico gesto folle possibile per cambiare se stessi sia prendere un aereo all’improvviso e mollare tutto, si sbaglia di grosso». Che detto da Laura Calosso, astigiana doc al secondo romanzo, fa un po’ specie. Proprio lei che ha imbarcato la protagonista del suo ultimo libro «La stoffa delle donne» sul primo volo in partenza da Linate, senza sapere neppure la destinazione. «Talvolta penso sia necessaria una follia: Teresa Guerrini, in pantofole, monta su un aereo, ma esistono tanti modi per analizzarsi e ritrovare l’equilibrio. L’importante è ritagliarsi del tempo dove rispondere solo a sé».

Come una matita, che se messa davanti al naso non si capisce da che parte sia la punta, e solo allontanandola piano piano se ne delineano i reali contorni. «Un passo a lato della routine è fondamentale per il cambiamento, prendere le distanze dal quotidiano. Un distanza che non si misura in chilometri». Della serie, non per forza bisogna andare ad Amsterdam: «Teresa si ritrova lì, perché secondo me era la città che più di tutte, per una donna in confusione, poteva essere terrorizzante. Che poi mia sorella vive in Olanda, la conosco e so che lo stereotipo del luogo dove “tutto è concesso” non è vero».

Ad ognuno le sue “follie”, dunque, ma anche le sue gocce. Quelle che fanno traboccare i vasi, che spostano gli equilibri e che determinano le decisioni. «A volte può essere sufficiente un fatto banale. Teresa, ad esempio, apre la mail e trova una fattura del telefono pari al suo stipendio perché i figli avevano esagerato con i download. Conosco il problema, anche le mie figlie alcuni anni fa presero un virus sul cellulare e arrivò una bolletta “fuori scala”, anche se non così alta». D’un tratto, il lato autobiografico: «L’intera storia è composta da episodi che, più o meno direttamente, ho conosciuto».

Perché pure lei si occupava di certificazione qualità del prodotto e spesso, costretta a buttare giù bocconi amari, sentiva il bisogno di scappare: «Mi ricordo che l’8 marzo di sei anni fa stavo tornando a casa dall’ufficio e avevo in testa gli stessi pensieri di Teresa. Le sensazioni che avevo, obbligata ad allontanarmi da ciò che pensavo eticamente giusto, ho capito che potevano essere condivise». E la goccia? «I ragazzi che vendevano mimose ai lati della strada è stata la scintilla per iniziare a scrivere il libro: la donne hanno raggiunto la parità, ma spesso la pagano dovendo diventare simili agli uomini».

«Non dichiaro guerra a nessuno ma sono convinta che noi donne non dobbiamo accettare di snaturarci». La Guerrini, nomen omen, rimette in asse il suo destino con coraggio, bypassando un marito alle prese con una crisi mistico-esistenziale, senza perdere però di vista la sua identità femminile: «La cosa che mi lega di più alla protagonista è l’ironia. A differenza sua, non mi sono mai ritrovata la casa piena di bizzarri esponenti religiosi, ma penso che anch’io alla fine l’avrei presa con un sorriso e avrei preparato una carbonara per tutti. Sono una persona che guarda il mondo senza prendersi troppo sul serio».

A dividerle, Teresa e Laura, è un aereo, che una prende (nel libro) e l’altra no (nella realtà). «Non sono una persona che reagisce di impulso. Anche per il lavoro che faccio, sono razionale e credo nell’analisi dei dati. Quando hai quelli, le conseguenze arrivano da sole». Anche se pure lei, in vita sua, qualche viaggetto lo ha fatto: «Ogni volta è un prendere le distanze da se stessi. L’esperienza che mi ha segnato di più l’ho vissuta in Sudafrica: ho trovato luoghi stravolti rispetto a ciò che raccontava la guida. Negozi semichiusi, zone militarizzate, e un famoso albergo era diventato la sede della polizia».

«L’ho visto con i miei occhi e mi sono fatta un’idea. Bisognerebbe smettere di guardare il mondo con una lente predeterminata da altri, che è anche il motivo per cui ho scritto il libro». Un passo di lato, appunto.

Intervista di Nicola Bambini

Il mistero di Gianni Gribaudo

Il segreto dietro la penna. Gli scrittori divenuti famosi… con altri nomi.

Il mistero sulla vera identità di Gianni Gribaudo, l’autore di Brividi e maiali, ha incuriosito un po’ tutti. Noi per primi abbiamo fin da subito giocato con voi sul segreto della sua identità.

Se guardiamo alla letteratura però, si fa presto a scoprire che Gianni non è il primo autore che ha deciso di percorrere la strada dell’anonimato. Qualche esempio?

L’inventore di Pinocchio, Carlo Collodi? Questa è facile, il suo vero nome era Carlo Lorenzini. Meno invece ricordano che dietro Italo Svevo c’è Aron Hector Schmitz oppure che Umberto Poli scelse di sostituire il suo cognome con Saba in memoria alla sua balia slovena Peppa Sabaz. Ed è così che sarebbe passato alla Storia.

In tempi più recenti invece, troviamo Elena Ferrante: ancora oggi non solo non si conosce il suo vero nome, ma non si è nemmeno sicuri si tratti di uno pseudonimo!

Ma cosa ha spinto Gianni Gribaudo a nascondere la sua vera identità? Lo scopriremo presto…

«Ho ucciso la mia ex. Con un libro di storia dell’arte»

Roberto Venturini, da Torvaianica con amore, tra radical chic e la «ciclicità dell’incul…»

«Mica l’ho fatto davvero, né io né il protagonista». Precisazione dovuta, anche se a guardarlo sul divano mentre si tiene un cuscino davanti alla pancia a mo’ di scudo, non ha propriamente l’aria del killer. Anzi, a dirla tutta Roberto Venturini, classe ‘83, l’estate di tredici anni fa prese armi e bagagli e si trincerò nella sua casa di Torvaianica, sul litorale romano, per sputare su un foglio tutta l’angoscia per una relazione d’amore finita male: «Avevo bisogno di calcificare il dolore e buttare fuori un po’ di rancore. In più a Roma in quel periodo c’era una rassegna sul noir: una congiunzione astrale».

Così è nato «Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera». Inizialmente un racconto breve dove il protagonista, vessato degli atteggiamenti della fidanzata tipici di una love story nei minuti di recupero, sbotta dopo l’ennesima provocazione e la fa fuori in preda ad un raptus. A colpi di libro, per l’esattezza «L’arte moderna 1970-1990» di Giulio Argan, perché la cultura è importante, appunto. «Finiva così, col protagonista che ricreava sul tavolo della sua cucina l’Ophelia di Millais, morta per amore. Tutto l’opposto della sua anaffettiva fidanzata».

Un ironico splatter che ha aperto la strada alla fortunata cavalcata di Venturini. «Da insicuro cronico non avrei mai pensato che quest’idea potesse avere successo». Merito del regista Felice Bagnato, che ha spinto prima per la realizzazione di un cortometraggio e poi per lo sviluppo di una web serie. Una sorta di mentore per Roberto, come gli amici di Torvaianica coi quali ripercorreva la sua storia d’amore in improvvisate psicoanalisi di gruppo, a base di birre e Uomini&Donne. «In certi momenti il confronto con gli altri è fondamentale. Poi ricordo che scrivevo mentre in tv passavano programmi trash».

Una scorpacciata di tronisti e veline era forse l’unico modo per uccidere davvero il ricordo di una radical chic: «La mia ex non aveva neppure la tv in casa, racconto quel mondo perché l’ho vissuto». E, tra un romanzo di Bret Easton Ellis e una sala semivuota di un cinema d’essai, mica gli faceva schifo: «Assolutamente no, la mia è una generazione che ha bisogno di etichette perché ha una paura fottuta di apparire normale. Allora ognuno cerca di tipicizzarsi: hipster, emo, radical…Solo oggi sono tornati di moda i new normal: nel mare magnum di stereotipi, la normalità è diventata per converso un’etichetta».

Dal racconto breve al corto, dal corto alla web serie e dalla web serie al libro, in una sorta di reflusso crossmediale. «La scorsa estate ho scritto gli ultimi tre capitoli, mentre stavo digerendo un’altra storia d’amore chiusa». Un malinconico déjà vu, o un “eterno ritorno” per dirla alla Nietzsche: «Io la chiamerei ciclicità dell’incul…!». Venturini leva il cuscino davanti a sé e scopre il lato autobiografico: «C’è qualcosa di me in entrambi i protagonisti: sia in Silvia, aggressiva ma in verità molto sensibile, sia in Luca, assistente universitario cresciuto con Bim bum bam. E dipendente da Sertralina e Xanax».

Perché entrambi sono ciclotimici: «È un forma soft di bipolarismo, un disturbo dell’umore di cui soffro anch’io. O meglio, da buon ipocondriaco me lo sono diagnosticato da solo: è la patologia di un’intera generazione che non riesce a godersi la serenità per più di qualche giorno». Certo, andare a vivisezionare una storia già finita somiglia più ad un harakiri che ad un lasciapassare per la felicità: «La scrittura può essere terapeutica perché ti aiuta a darti alcune spiegazioni. E io, in fondo, mi sento come Luca, inadatto ad affrontare le criticità della vita: spesso scappa per la paura di affrontare il dolore».

E allora perché tornare sulla fine di una relazione? «L’alchimia la chiama “Nigredo”, fare un bagno nel proprio lato oscuro per uscirne purificati». Questo sì, è tremendamente radical chic.

Intervista a Roberto Venturini realizzata da Nicola Bambini.

L’intervista a Brera

Luca, il protagonista di Tutte le ragazza con una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera, ha delle teorie molto precise sulle donne con certi gusti artistici. E sa che la donna della sua vita ama Schiele. 

In occasione dell’uscita del libro di Roberto Venturini – in libreria dal 18 maggio – abbiamo deciso di intervistare alcune ragazze per trovare la ragazza perfetta per Luca. Ci riusciremo?

Siamo andati a Brera, quartiere milanese famoso per l’omonima Accademia delle Belle Arti. Ecco che cosa è emerso!