Ho ucciso la mia ex con un libro di storia dell’arte

Roberto Venturini, da Torvaianica con amore, tra radical chic e la “ciclicità dell’incul…”

– di Nicola Bambini –

«Mica l’ho fatto davvero, né io né il protagonista». Precisazione dovuta, anche se a guardarlo sul divano mentre si tiene un cuscino davanti alla pancia a mo’ di scudo, non ha propriamente l’aria del killer. Anzi, a dirla tutta Roberto Venturini, classe ‘83, l’estate di tredici anni fa prese armi e bagagli e si trincerò nella sua casa di Torvaianica, sul litorale romano, per sputare su un foglio tutta l’angoscia per una relazione d’amore finita male: «Avevo bisogno di calcificare il dolore e buttare fuori un po’ di rancore. In più a Roma in quel periodo c’era una rassegna sul noir: una congiunzione astrale».

Così è nato «Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera». Inizialmente un racconto breve dove il protagonista, vessato degli atteggiamenti della fidanzata tipici di una love story nei minuti di recupero, sbotta dopo l’ennesima provocazione e la fa fuori in preda ad un raptus. A colpi di libro, per l’esattezza «L’arte moderna 1970-1990» di Giulio Argan, perché la cultura è importante, appunto. «Finiva così, col protagonista che ricreava sul tavolo della sua cucina l’Ophelia di Millais, morta per amore. Tutto l’opposto della sua anaffettiva fidanzata».

Un ironico splatter che ha aperto la strada alla fortunata cavalcata di Venturini.

«Da insicuro cronico non avrei mai pensato che quest’idea potesse avere successo».

Merito del regista Felice Bagnato, che ha spinto prima per la realizzazione di un cortometraggio e poi per lo sviluppo di una web serie. Una sorta di mentore per Roberto, come gli amici di Torvaianica coi quali ripercorreva la sua storia d’amore in improvvisate psicoanalisi di gruppo, a base di birre e Uomini&Donne. «In certi momenti il confronto con gli altri è fondamentale. Poi ricordo che scrivevo mentre in tv passavano programmi trash».

Una scorpacciata di tronisti e veline era forse l’unico modo per uccidere davvero il ricordo di una radical chic: «La mia ex non aveva neppure la tv in casa, racconto quel mondo perché l’ho vissuto». E, tra un romanzo di Bret Easton Ellis e una sala semivuota di un cinema d’essai, mica gli faceva schifo: «Assolutamente no, la mia è una generazione che ha bisogno di etichette perché ha una paura fottuta di apparire normale. Allora ognuno cerca di tipicizzarsi: hipster, emo, radical…Solo oggi sono tornati di moda i new normal: nel mare magnum di stereotipi, la normalità è diventata per converso un’etichetta».

Dal racconto breve al corto, dal corto alla web serie e dalla web serie al libro, in una sorta di reflusso crossmediale.

«La scorsa estate ho scritto gli ultimi tre capitoli, mentre stavo digerendo un’altra storia d’amore chiusa». Un malinconico déjà vu, o un “eterno ritorno” per dirla alla Nietzsche: «Io la chiamerei ciclicità dell’incul…!». Venturini leva il cuscino davanti a sé e scopre il lato autobiografico: «C’è qualcosa di me in entrambi i protagonisti: sia in Silvia, aggressiva ma in verità molto sensibile, sia in Luca, assistente universitario cresciuto con Bim bum bam. E dipendente da Sertralina e Xanax».

Perché entrambi sono ciclotimici: «E’ un forma soft di bipolarismo, un disturbo dell’umore di cui soffro anch’io. O meglio, da buon ipocondriaco me lo sono diagnosticato da solo: è la patologia di un’intera generazione che non riesce a godersi la serenità per più di qualche giorno». Certo, andare a vivisezionare una storia già finita somiglia più ad un harakiri che ad un lasciapassare per la felicità: «La scrittura può essere terapeutica perché ti aiuta a darti alcune spiegazioni. E io, in fondo, mi sento come Luca, inadatto ad affrontare le criticità della vita: spesso scappa per la paura di affrontare il dolore».

E allora perché tornare sulla fine di una relazione? «L’alchimia la chiama “Nigredo”, fare un bagno nel proprio lato oscuro per uscirne purificati». Questo sì, è tremendamente radical chic.