Ho conosciuto Gabriele Riccardi all’inizio degli anni 2000.
Avevo un blog anonimo, finito sepolto dalla rete e dagli hard disk, e mi era venuta l’idea di scrivere a puntate una storia che mi tormentava i pensieri. Qualche anno dopo, sistemata e corretta, sarebbe diventata Fragile, il primo libro della collana Perdisa Pop di Luigi Bernardi.
Il primo romanzo con Gabriele, invece, è uscito nel 2006, sono passati vent’anni puliti.
Allora faceva il poliziotto e proprio quella prima storia è il motivo per cui ha lasciato la divisa per il bancone di un bar.
Lo dice spesso, che fa il barista. Come se ci credesse davvero.
Forse l’ho frequentato meno spesso di quanto avrebbe voluto, solo tre romanzi e quella prima novella, ma sapeva, come lo sapevo io, che sarei tornato dalle sue parti. In fondo non ci siamo mai persi di vista. Ogni volta che mi capita in testa una storia Riccardi fa capolino, come se cercasse di capire se gli interessa, se c’è qualcosa in cui può sentirsi scomodo e quindi a suo agio.
È successo nel 2013, è capitato di nuovo oggi.
Le chiavi di casa nasce con lui, perché ci sia lui a dipanare un intreccio che scorre avanti e indietro nel tempo e che vorrebbe raccontare, come accade sempre quando torna in scena, le storture e la follia del mondo in cui viviamo.
Gabriele è ossessionato dalla verità, attraversato da un senso di giustizia spesso brutale e del tutto inadatto al ruolo che ricopriva nelle forze dell’ordine, consapevole che siamo fatti di luce e di ombra e che quell’ombra può nascondere pensieri indicibili e orrori inaspettati.
Un uomo poco a suo agio con gli altri, anche se pare assurdo dirlo visto che guarda il mondo dietro il bancone di un locale. Uno che si guarda allo specchio e pensa di essere sbagliato, nell’epoca sbagliata, ma in realtà pensa che quelli sbagliati siano tutti gli altri.
Uno che non sa ignorare una richiesta di aiuto, specie quando arriva da qualcuno che nessun altro aiuterebbe.
Lorenzo Verratti gli muore fra le braccia, lo stava cercando per salvarsi la vita, non ha fatto in tempo. Era un senzatetto, uno dei tanti che ha perso il lavoro e non lo ha più trovato, in un mondo che corre veloce, ti mastica, ti sputa. Nessuno, tranne la sorella, ne sentirà la mancanza. È solo uno dei tanti invisibili per cui non esiste giustizia.
Se qualcuno chiedesse a Gabriele perché cerca chi ha ucciso Lorenzo, direbbe che quello che gli interessa è restituire giustizia attraverso la verità.
Anche se la giustizia non ripara, la verità non consola.
In un mondo in cui i fatti non contano nulla è l’unico modo per dare riposo a chi prova soltanto dolore.
Patrick Fogli
Le chiavi di casa di Patrick Fogli
Tutte le famiglie hanno segreti, ogni famiglia gestisce i segreti a modo suo. I Landi li hanno sepolti sotto una coltre di silenzio avvolto nel manto scintillante del successo. La CaseL, infatti, è uno dei colossi italiani della gestione dati. Il merito di quell’ascesa è di una pers…