Le piazze di Milano tornano a essere teatro di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine in questo inizio di autunno caldissimo. Ma dietro alle immagini delle camionette lanciate contro i cortei, dei lacrimogeni e delle cariche si nasconde una questione che attraversa la storia della Repubblica: qual è il confine tra la tutela dell’ordine pubblico e la repressione del dissenso? E quanto è cambiata, dagli anni Settanta al G8 di Genova fino a oggi, la cultura delle forze dell’ordine italiane?
Luigi Mastrodonato, giornalista e autore de L’ordine (SEM), ricostruisce le radici storiche della violenza di Stato e le contraddizioni di un apparato chiamato a garantire la sicurezza dei cittadini insieme al loro diritto a manifestare. Lo abbiamo intervistato per capire che cosa dicono gli scontri milanesi del rapporto tra polizia, politica e società, e perché certe pratiche che sembravano appartenere al passato continuano a riemergere nel presente.
Quale ruolo ha avuto polizia negli scontri di Milano del 17-18 ottobre 2026?
Il modo in cui le forze dell’ordine hanno operato durante le manifestazioni ha sicuramente alzato il livello dello scontro. Come evidenziano numerosi video e le testimonianze dal campo, sabato 17 ottobre il corteo è stato bloccato e gli è stato impedito di proseguire, gruppi di centinaia di persone sono state circondate e accerchiate in vie strette e senza via d’uscita mentre i lacrimogeni disperdevano i loro fumi ad altezza persona e aumentavano il panico collettivo. Camionette dei carabinieri hanno zigzagato all’impazzata per Piazza Duomo nella tecnica del “carosello”, molto diffusa negli anni Settanta e che si pensava fosse ormai caduta in disuso dopo aver lasciato sul terreno diversi morti e feriti. Persone che si opponevano con forme di resistenza passiva all’identificazione sono state neutralizzate con calci e pugni, cioè colpi gratuiti, da agenti e militari, mentre si sono moltiplicate pratiche di profilazione razziale.
Tutto questo ha aumentato il livello dello scontro e ha alimentato la spirale di violenza, contribuendo anche in parte all’esplosione di rabbia da parte di gruppi di giovanissimi del giorno successivo, la domenica 18 ottobre.
Davanti a queste nuove forme di conflitto hai rilevato delle impreparazioni nelle forze dell'ordine?
Si può sicuramente parlare di un’impreparazione storica e sistematica, che appartiene cioè al modo stesso in cui è concepita la gestione dell’ordine pubblico in Italia. Come sottolinea l’ex poliziotto in pensione Orlando Botti nel mio libro, la migliore gestione della piazza è quella all’insegna del dialogo e del confronto civile, a cui si aggiunge il fatto che le forze dell’ordine dovrebbero essere lì per tutelare un diritto costituzionale, quello alla manifestazione, e non per neutralizzarlo con modalità violente. Sembra un’utopia.
Al di là di questo, sicuramente nelle ultime giornate, in particolare la domenica, abbiamo visto forme di organizzazione delle proteste e modalità di esplosione della rabbia che hanno colto alla sprovvista le forze dell’ordine. L’adesione spontanea o comunque poco tracciabile attraverso i social, le aggregazioni disordinate e a loro modo anarchiche, l’assenza di interlocutori in quello che non può definirsi un movimento in qualche modo organizzato e con affiliazioni specifiche, ha complicato la gestione dell’ordine pubblico per come essa è implementata di solito.
Cosa ne pensi dell'uso diffuso della parola "maranza" da parte di giornali, tv e anche istituzioni?
Il termine “maranza” ha assunto una profonda connotazione discriminatoria e razzista per l’uso che ne ha fatto la comunicazione politica delle destre e una parte dei media italiani. Oggi tutto questo lo ritroviamo nel modo in cui vengono raccontate le piazze ma anche nelle modalità con cui esse vengono gestite.
Il termine “maranza” è stato utilizzato per dare una connotazione precisa, dispregiativa e razzista, alle proteste e ai disordini degli ultimi giorni, ma è addirittura diventata il filtro attraverso cui fermare le persone. “Identificate i maranza” si è sentito pronunciare da una poliziotta a un collega in piazza Duomo, una nuova forma di profilazione, una novità quanto meno lessicale nella gestione dell’ordine pubblico, che risponde a canoni estetici, etnici e religiosi.
Il governo Meloni invierà 500 militari nelle strade di Milano per cercare di garantire l'ordine. Secondo alcune fonti si tratterà di “parà della Folgore”. Questo è il corpo militare di cui il noto politico Roberto Vannacci è stato comandante, e la cui storia – si pensi alla “marcia su Pisa” del 1981– ha conflitto spesso con i movimenti giovanili di protesta. Cosa ne pensi?
Il piano originario del governo fino a poche ore prima dell’emanazione del decreto era di dotare questi soldati di poteri di polizia giudiziaria, permettendo che potessero effettuare fermi, redigere verbali da trasmettere all’autorità giudiziaria ed effettuare arresti. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha bloccato l’apertura a queste funzioni per il semplice fatto che gli appartenenti all’esercito non hanno un addestramento adeguato in termini di pubblica sicurezza. La conseguenza più ovvia a questo punto sarebbe stata di cancellare la disposizione relativa all’invio a Milano dei 500 militari, ma il governo Meloni ha deciso di procedere comunque, probabilmente anche alla luce delle imminenti elezioni milanesi e dalla centralità che il tema della sicurezza sta avendo in campagna elettorale. I soldati contribuiranno all’operazione “strade sicure”, avranno dunque una funzione di deterrenza ma non potranno fare altro.
Nel libro tratti di tanti casi di malapolizia, come avvenne per il G8 di Genova nel 2001. Che elementi analogie rilevi tra quei fatti e il presente?
Pratiche come i caroselli delle camionette dei Carabinieri, le manovre a tenaglia per chiudere i manifestanti in spazi stretti senza vie d’uscita, i lacrimogeni lanciati ad altezza persona, venivano usate in maniera massiccia in momenti chiave del passato come gli anni Settanta e il G8 di Genova. Le regole d’ingaggio delle forze dell’ordine le vorrebbero superate, eppure le ritroviamo ancora oggi, come avvenuto nelle proteste degli ultimi giorni.
La repressione e la violenza dei movimenti che racconto nel libro attraverso la figura di Orlando Botti, che entrò nei movimenti clandestini per la democratizzazione della polizia, sono oggi qui più forti che mai. Il G8 di Genova doveva essere l’occasione per riprendere in mano gli ideali di una polizia democratica; invece, si è andati nella direzione opposta, quella della deresponsabilizzazione. È stato un “liberi tutti” a una normalizzazione della violenza e storie come quella di Cucchi, Aldrovandi, Magherini, Squeo e delle decine di persone morte durante un intervento delle forze dell’ordine, così come la cronaca della repressione nelle piazze di questi giorni, ne sono diretta conseguenza.
L'ordine di Luigi Mastrodonato
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Luigi Mastrodonato
Luigi Mastrodonato è un giornalista investigativo che si occupa di marginalità, temi sociali e abusi di potere. Collabora con “Internazionale” e altre testate ed è autore e voce del podcast Tredici, …